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Ju Jitsu a Norcia dal 1982


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Sistema Tattiche Difensive

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Nr. Iscr. ACSI 124346

Maestro Livio Cesare Proia

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Ju Jitsu

LA STORIA

Tecniche di combattimento a mani nude elaborate in Giappone dai Bushi dell'epoca Kamakura (1185-1333), per consentire ai Samurai di difendersi efficacemente anche di fronte a un avversario che possedesse ancora le sue armi. Quest'arte si sviluppò dalle antiche tecniche del Kumi-uchi (Yawara), descritte nel Konjaku-Monogatari, opera buddista che risale al XIII secolo. 

Nel corso dei secoli, diverse scuole di Ju Jitsu (Wa-jitsu, Yawara, Kogusoku, Kempo, Hakuda, Shubaku eccetera), tutte appartenenti alla "Via dell'arco e del cavallo" (Kyuba-no-michi) si svilupparono e migliorarono le tecniche originali, aggiungendovi nuovi movimenti e contromosse adottate dall'arte cinese di combattimento. (Shaolin-si) e alcune tecniche particolari utilizzate dagli arbitri di Okinawa (Okinawa-te). Quest'arte, così rielaborata, fu reimportata in Cina verso il 1638 da Chen Yuanbin (1587-1671), poeta e diplomatico cinese residente in Giappone. Tuttavia il Ju-jitsu si sviluppò come arte marziale solo durante l'epoca Edo, in cui il paese visse un periodo di relativa tranquillità.

Numerose scuole di combattimento, create da dei Ronin (Samurai senza padrone), diffusero rapidamente le tecniche di Ju Jitsu in tutto il Giappone. Esse però vennero modificate solo durante l'epoca Meiji (1868-1912), cioè nel periodo in cui i Samurai persero il diritto di portare la Katana e in cui le faide tra clan rivali vennero interdette. Il principio uniformatore del Ju Jitsu era di poter vincere l'avversario con ogni mezzo, utilizzando la minor energia possibile; ciò richiedeva dunque agli adepti della "dolce arte" di specializzarsi in diverse discipline.

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Il Praticante di Ju Jitsu doveva quindi: 

·      Saper valutare la forza dell'avversario, per utilizzarla contro di lui, prima che il suo attacco risultasse efficace; 

·      Se possibile, evitare gli attacchi;

·      Nel corso del combattimento, squilibrare l'avversario;

·      Saper attaccare conoscendo i punti deboli;

·      Saperlo proiettare facendo uso del principio della leva;

·      Sapere immobilizzare al suolo l'avversario torcendogli le membra, lussandogliele, oppure strangolandolo; 

·      Saper colpire i suoi punti vitali in modo da fargli perdere conoscenza, e ferirlo seriamente oppure ucciderlo. 

In pratica, l'arte del Ju Jitsu "guerriero" si prefiggeva, quale scopo principale, quello di annientare l'avversario mettendolo nell'incapacità di eseguire un nuovo attacco. A tal proposito veniva quindi utilizzato ogni genere di tecniche pericolose e sovente mortali. 

Inizialmente praticato dai Samurai, poi dai Ninja, il Ju Jitsu, diffondendosi rapidamente anche tra le classi più umili, divenne un metodo di combattimento utilizzato soprattutto dai briganti, e da ciò derivandone una cattiva reputazione immeritata. Questa fu una delle ragioni per cui Kano Jigoro utilizzò le tecniche "dolci" del Ju Jitsu per creare un nuovo sport, che chiamò Judo, per differenziarlo dal mortale Ju Jitsu. Fino al 1922, anno in cui fu fondato ufficialmente il Kodokan, solo il Ju Jitsu era riconosciuto ed insegnato nei numerosi Ryu o scuole sia in Giappone sia all'estero. 

Il Ju-Jitsu è una pratica sportiva antichissima in cui disciplina, rigore, esercizio fisico, sono gli elementi fondamentali. Oggigiorno quindi, chi segue corsi di Ju-Jitsu acquisisce la disciplina ed il rigore, tipici delle arti marziali, e soprattutto impara tecniche di difesa personale, grazie alle quali un'aggressione, improvvisa o meditata, non è più una situazione difficile da affrontare. Poiché il Ju-Jitsu richiede destrezza e non forza o violenza, esso è praticabile da tutti, senza distinzione di età, sesso o costituzione fisica. Non a caso le donne che lo praticano sono in aumento.

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LA LEGGENDA

Esisteva un tempo, molti secoli fa, un medico di nome Shirobei Akiyama, egli aveva studiato le tecniche di combattimento del suo tempo, comprese altre tecniche che imparò durante i suoi viaggi in Cina compiuti per studiare la medicina tradizionale e i metodi di rianimazione, senza però ottenere il risultato sperato.

Contrariato dal suo insuccesso, per cento giorni si ritirò in meditazione nel tempio di Daifazu a pregare il dio Tayunin affinché potesse migliorare.

Accadde che un giorno, durante un'abbondante nevicata, osservò che il peso della neve aveva spezzato i rami degli alberi più robusti che erano così rimasti spogli.

Lo sguardo gli si posò allora su un albero che era rimasto intatto: era un salice, dai rami flessibili, ogni volta che la neve minacciava di spezzarli, questi si flettevano lasciandola cadere per poi riprendere la primitiva posizione.

Questo fatto impressionò molto il bravo medico, che intuendo l'importanza del principio della non resistenza lo applicò alle tecniche che stava studiando dando così origine ad una delle scuole più antiche di JuJutsu tradizionale.

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